Quaderni di comunicazione

L’artista poliedrico

con Alessandro Serra

Quaderni di Comunicazione, la sezione del nostro sito dedicata al mondo editoriale e culturale è sempre più un percorso di ascolto e confronto per comprendere come nasca, si trasformi e si comunichi la cultura oggi. Un laboratorio di idee, pratiche e visioni, che coinvolge realtà culturali italiane attraverso interviste, riflessioni e proposte.

Abbiamo iniziato rivolgendoci agli editori, per poi cercare di interessare anche coloro che si dedicano alle arti visive e, magari, sono pure attivi nella produzione letteraria. Non è difficile, però, comprendere come la comunicazione possa essere diventata in questi ultimi decenni non solo camaleontica, ma addirittura insidiosa. Occorre, pertanto, ampliare le prospettive per non cadere vittime del relativismo becero e della dotta ignoranza.

In Piemonte, regione in cui il nostro istituto ha la propria sede principale, quando un ragazzo ed una ragazza si piacevano ed erano in quel limbo tra frequentazione e fidanzamento, con voce vernacolare si diceva che “As parlo”(si pronuncia as pàrlu), ovvero si parlano. Però era un “parlare” costantemente vigilato, durante il quale i “parlanti” non si trovavano mai soli, ma con qualche parente di guardia. Quel “parlare” era molto diverso dal conoscere, ovviamente inteso pure con riferimento biblico (rapporti intimi assolutamente impensabili, allora – solo, come sempre, per le donne). Solo dopo i pregi e, soprattutto, i difetti, venivano a galla ed avrebbero convissuto con la coppia per decenni, finché morte non li separasse. Però, certamente, a quei promessi sposi sarebbe stato difficile ammettere di non conoscere, e bene, i rispettivi paradisi, che si sarebbero schiusi solo dopo la consegna della dote e la cerimonia con annessi e connessi. Teniamo presente che di scegliere (soprattutto per le donne, ancora una volta, nel Piemonte rurale di un secolo fa ma anche nelle città) neppure a parlarne!

La nostra condizione, in ambito culturale, è simile. La comunicazione è talmente insidiosa, densa, veloce (ed approssimata), che molti non si rendono neppure conto (a parte gli sciagurati che pensano di informarsi attraverso i social) di ricevere soltanto, il più delle volte, un’eco volutamente distorta di contenuti ed informazioni, che tra compulsività, stanchezza congenita del pubblico ed ignoranza sempre più spessa sparsa con generosità ovunque, scambiamo o interpretiamo per realtà.

Ciò accade sempre più sovente in ambiti anche particolarmente delicati: sanità, cultura, istruzione, istituzioni. Si fa della comunicazione il motore dell’apparenza e dell’apparire, il grande strumento per piegare il grande popolo eletto dei consumatori a nuove esigenze, che possano così essere aiutati nel soddisfare la vocazione dell’inconsistente apparire e del pernicioso ignorare. Lo abbiamo visto durante il Covid, nel macabro e colpevole teatro di alcuni tra i colleghi della comunità scientifica. Ce ne stiamo accorgendo in questi anni di guerra e di genocidi, di cui potremmo portare alla luce la verità solo tra tanti anni di scavo archeologico tra cumuli di macerie di disinformazioni informate, di comunicazioni belliche e povera gente morta per mano di simili. Lo sperimentiamo quotidianamente accedendo ad un social, navigando in rete, ascoltando un telegiornale, leggendo un quotidiano (in questo caso la colpevolezza rasenta la connivenza, in quanto sono vigenti norme che istituiscono rigidi ordini professionali ed istituzioni di controllo), o subendo il farneticare di politici e di istituzioni mondiali e locali.

Tutti, come i nostri fidanzati piemontesi, si e ci parlano incessantemente e rispondere è sempre più difficile per la gente della strada condannata a subire l’invasività di una comunicazione divenuta flagello di controllo. Però parlare, comunicare, ricevere forzatamente informazioni non è per forza conoscere, non è ogni volta rendersi conto, non significa comprendere, soprattutto, quando tutto ciò è pensato come un vortice violento con cui vestire l’ignoranza maliziosa con una splendida


Alessandro Serra

apparenza di nulla, ma incredibilmente accattivante, desiderabile, misura delle nostre stesse vite, sempre più parvenze di esistenze.

Abbiamo deciso di ragionare su queste cose con chi ha eletto l’espressione e la comunicazione a strumento con cui ingenerare negli altri segni e solchi, in cui e con cui condividere il seme del dubbio, della riflessione e della ricerca introspettiva, magari racchiuso nel baccello di una risata, di una “gag”, di una pagina d’evasione, che diventa direzione, prospettiva.

Attore, regista e scrittore il nostro nuovo ospite è Alessandro Serra. Classe 1965, definito artista poliedrico da chi ha scritto di lui, per noi è un intellettuale di frontiera, un uomo coraggioso, tanto da ricorrere progetti ed idee con un camper nell’assolato sud di un’Italia affannata a rincorrere un posto al sole in una notte appena iniziata.

Comunicazioni Culturali
Chi è Alessandro Serra, uomo, scrittore, attore e regista?

Alessandro Serra
in una foto di scena

Alessandro Serra
Autodefinirsi è sempre difficile. È l’uomo che, nel corso degli anni, ha rischiato, accettando sfide di varia natura. Segmentando le esperienze lavorative, mai adagiandosi alle comodità del posto fisso, studiando nei settori più disparati, sperimentando e sperimentandosi, ha raccolto un ampio bagaglio di nozioni, che si sono rivelate utilissime nell’ambito attuale, cioè quello artistico.
Gli anni di Polizia, quelli nel mondo dello sport come atleta, allenatore, istruttore e, infine, anche come Giudice cronometrista del CONI, sono state esperienze che hanno convissuto, andando talvolta a sovrapporsi, o scontrarsi, ma che hanno dato, ognuna, il loro contributo significativo, insieme ad altre non menzionate per sintesi e a quelle personali. Tutto ciò ha arricchito e plasmato una formazione indispensabile per operare nel mondo dell’arte. Mi piace citare la definizione di una simpatica giornalista: artista poliedrico. La sento calzante. Dapprima come attore di teatro, per poi ritrovarsi calati in ambiti che, inizialmente, avevano costituito soltanto un gioco, uno svago. La regia teatrale e la scrittura di commedie e di romanzi. Una triplice opportunità per esprimere estro, fantasia e comunicazione.
Proporre e proporsi senza prendersi troppo sul serio, ma seriamente, talvolta si rivela carta vincente. Può sembrare un gioco di parole, ma la differenza è sottile e notevole. La risposta del pubblico e dei lettori è capace di spostare gli equilibri e ciò che fino a un dato momento può sembrare uno scherzo, si trasforma, cresce, si evolve.
E si ritorna allo studio e alla sperimentazione. Oltrepassata la soglia ludica, non c’è spazio per l’improvvisazione e la cura maniacale dei dettagli, figlia della preparazione va a fare la differenza.

Succede in teatro, dove una luce puntata sommariamente non susciterebbe mai quell’emozione che, al contrario penetra dritta al cuore rendendo indimenticabile una scena e così un gesto, un movimento, una battuta. Mi piace citare Shakespeare nell’atto terzo dell’Amleto dove viene ripreso l’attore Lucianus. Allo stesso modo, leggendo un testo dove non c’è coerenza creativa, equilibrio e i personaggi, per esempio, spaziano e parlano in maniera poco credibile, si finirebbe ad annoiare e disorientare il lettore.
In conclusione, chi è Alessandro Serra?

È libera espressione, mutevole, fluttuante, crescente. Una continua evoluzione creativa da scoprire e da scoprirsi giorno dopo giorno, constatandone gli aspetti sempre diversi. E dov’è che ciò porterà Alessandro Serra? La vera gioia sta proprio nel non avere una risposta. E per avere la fortuna di esprimere, nel rispetto, ma senza vincoli, un sentire intimo e al tempo stesso senza confini. Perché l’arte offre questa opportunità. Spaziare senza limiti. Alessandro Serra è la passione e l’amore per quello che fa, alla continua ricerca di poterlo fare sempre meglio. Anche se a coglierne l’essenza fossero soltanto in pochi. È a quel numero esiguo che, comunque, avresti trasmesso un sentimento. E ti resteranno grati per come li hai fatti stare in quella manciata di ore, forse di minuti. Hanno vissuto la tua passione. La stessa passione di un bambino che gioca spensierato, ma che ha la consapevolezza di avere sulle spalle secoli di storia.

Comunicazioni Culturali
Cos’è la cultura e qual è il suo ruolo?

Alessandro Serra
Non credo a una definizione assoluta della cultura. La cultura può considerarsi l’insieme di molteplici componenti. Un insieme di nozioni complesso e che dovrebbe appartenere, almeno a un livello base, a ogni individuo. Purtroppo, e questo lo sperimento ogni giorno, non è così e mi rendo conto di quanto possa essere complicato, forse utopico, arrivarci.
Mi pongo una domanda: se tutti fossimo in possesso di un livello culturale accettabile, il mondo sarebbe migliore? Non lo so! È probabile però che alcuni aspetti prenderebbero forme e percorsi differenti e di molto.
Certo è che avendo l’arma della conoscenza, ogni individuo potrebbe fare valutazioni di ben altro spessore. E non a caso sto utilizzando la parola “arma”.
La cultura è costituita non soltanto da ciò e da quanto abbiamo studiato, ma da quanto influenza la nostra quotidianità e quella delle persone che incontriamo. Da quanto riusciamo a trarre dalle esperienze vissute da chi, nel corso dei secoli, ci ha preceduto. Mi chiedo: la storia non ci ha insegnato nulla? E ancora: perché oggi non ci sono più i Mozart, i Raffaello, i Picasso, i Petrarca? Solo per citarne alcuni. Che ci è successo?
Qualcuno storcerà il naso. Ma come, siamo andati sulla luna, la tecnologia ci permette cose che a quei tempi neanche immaginavano.
Sì è vero, il genio, seppur in forme diverse esiste ancora. Raro. Ma tutto il resto?

Forse sarà solo la paturnia di un sognatore che, ciò che vede intorno, è impoverimento culturale. Una sempre crescente aridità che conduce all’isolamento di un individuo disabituato alla socialità reale e che quando vi si trova, fa disastri.
A volte mi fermo in una piazza, o in una via e osservo i passanti. Lo faccio perché spesso, da quelle osservazioni, nascono i miei personaggi. Ciò che vedo, purtroppo, mi restituisce una sorta di abbrutimento, anche con conseguenze fisiche, che mi porta a pensare che tra qualche decina d’anni comunicheremo a suoni gutturali, come i cavernicoli nostri antenati.
Pessimismo? No, realismo. Al contrario, altre esperienze come lo STREET BOOK, che porto avanti da tre anni, mi fanno sperare in un’inversione di tendenza. Ripongo fiducia nei giovani, anche se nella mia personale proiezione statistica, le percentuali sono ancora troppo basse.
Le influenze che attraggono verso l’appiattimento culturale sono fortissime, proponendo modelli fuorvianti e spesso irraggiungibili che disorientano il giovane e, sempre più spesso, anche l’adulto.
L’argomento è troppo vasto e meriterebbe approfondimenti che non possono essere riportati per motivi di spazio in questo contesto. Cito due termini che a mio avviso costituirebbero corposi capitoli. Rispetto ed educazione sono componenti della cultura? Lascio l’interrogativo aperto.
In conclusione, se dovessi dare una definizione di cultura, direi che è l’insieme delle conoscenze, con la consapevolezza di non possederne mai abbastanza e l’impegno di incrementarle di continuo, che ci permetterebbe di essere liberi. Perché la libertà è uno stato mentale difficilissimo da conquistare.

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Cos’è la parola? Cos’è la letteratura? Cos’è un libro? Insomma cos’è l’espressione per chi di espressione vive?

Alessandro Serra
La parola è uno strumento importantissimo e delicatissimo. Immaginiamo cosa succederebbe se non ci fosse la parola. Già così è difficilissimo comunicare, figuriamoci senza.
Attraverso la parola esprimiamo intenzioni, stati d’animo, bisogni ecc. La parola è una ricchezza che andrebbe tutelata e che invece appartiene, ahimè, alla lista dei tesori in via di svalutazione. Le statistiche, e mi riferisco soltanto alla lingua italiana, fanno accapponare la pelle. Le percentuali delle parole conosciute (e questo si può collegare alla domanda precedente) e usate dalla
maggioranza dei madre lingua sono molto basse. E spesso ne viene travisato il significato che poi, sempre più di frequente, viene tramandato.

La parola ha un peso e un valore, sapersene avvalere toglierebbe in buona parte l’impasse del fraintendimento ed eviterebbe conflitti inutili (ne ferisce più la lingua che la spada).
La parola ha una sua componente romantica, ha il fascino di un “passe-partout” che dietro a ogni porta che apre, definisce e inquadra, talvolta mostra.
La letteratura è l’insieme di parole affascinanti e romantiche. Ma anche nette, dure. È una visione a doppio senso di circolazione. Per chi ne è componente e per chi ne è fruitore. È l’intreccio dei binari di Montagne Russe che attraversando secoli, ricongiungono nello stesso spazio il punto di partenza e quello d’arrivo, ovvero l’incontro tra passato e presente.
Il libro è una raccolta di parole. Un libro può essere tante cose: un viaggio, un sogno, un’avventura, una parentesi vissuta dentro un’altra persona, in un mondo differente da quello abituale. La possibilità di entrare in una realtà che nel quotidiano non esiste e senza quel libro non l’avresti mai conosciuta. È un’emozione che si protrae pagina dopo pagina e che lascia quel pizzico di dispiacere dopo essere arrivati alla fine.
L’espressione è la capacità di trasmettere e far vivere emozioni. È la capacita di inserire tra le righe un messaggio. Un segno che sappia resistere ai tempi e alle mode.
Un libro dev’essere una raccolta di emozioni. Il punto d’incontro tra le emozioni provate da chi lo ha scritto e quelle vissute da chi lo ha letto.

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Cosa significa essere scrittore, attore e regista? Perché si scrive, perché si recita, perché si fa recitare? Come avviene il suo atto creativo?

Alessandro Serra
Potremmo affermare di trovarci in presenza di una medaglia con tre facce diverse. Ognuna influenza le altre due. Seppur alla base ci siano tecniche e studi ben distinti tra loro. Abbiamo esempi di registi che hanno lasciato impronte indelebili nel panorama teatrale o cinematografico e che non hanno mai recitato neppure una battuta, o non hanno mai scritto un rigo di testo. Al contrario, molti autori di fama, che davanti a un pubblico o a un microfono, non riescono a esprimersi con la fluidità con la quale scrivono.
Sul perché lo si faccia, per ognuna delle tre categorie, dovremmo stilare lunghe liste e andare a consultare diversi luminari della psicologia.
Al di là di quelli che possono essere gli aspetti legati al proprio ego, al successo e in qualche caso, ai guadagni che, di certo, ne rappresentano una componente, l’artista trova in quello che fa la linfa della propria esistenza. Spesso traendo quel nutrimento mentale che non trova nella quotidianità. L’arte è terapia. Attraverso quell’espressione e solo con quella, in alcuni casi, diviene
possibile esternare e trasmettere una ricchezza che altrimenti resterebbe inesplorata. Sigillata all’interno di un forziere. Far stare bene per stare bene.

Mai dovrebbe mancare, all’attore, al regista, o all’autore, l’obiettivo di lasciare un segno, un messaggio, una riflessione. Lo spettatore, o il lettore, a un certo punto, o alla fine, dovrebbe chiedersi il perché di quanto ha visto, o ha letto. Uno spunto per mostrargli le cose da un punto di vista sul quale non si era mai soffermato e che, senza necessariamente possedere uno spirito critico profondo, gli permetta di aver conseguito uno spettro più ampio di vedute.
L’atto creativo nasce da queste basi che, attraverso la tecnica e l’ispirazione, danno vita ai progetti. Scrivere vedendo davanti a sé solo uno schermo non è scrivere. Se non vedi le strade, le stanze dove si muovono i personaggi, se non senti le loro voci, i rumori circostanti, i colori, gli odori. Cosa stai scrivendo? Se non le vedi come puoi pensare che le veda chi legge? Se l’attore attraverso la gestualità non ti fa vedere quello che dice, che attore è? E non lo è se si limita a impersonare. L’attore ha una sola possibilità per rendere vivo il personaggio, viverlo egli stesso.
E se il regista, anche attraverso la cura maniacale dei dettagli, non porta l’attore a questo, di che regia stiamo parlando?
La tecnica è importante, ma senza anima non è nulla. Senza anima nulla prende vita.

Comunicazioni Culturali
Quale relazione intercorre tra letteratura, teatro e cultura?

Alessandro Serra
Teatro e letteratura hanno costituito da sempre i cardini della cultura. Due forme di espressione diverse, ma interdipendenti. Hanno fotografato e raccontato il momento sociale in cui sono stati incastonati, talvolta condizionandolo. Spesso divenendo denuncia, critica, satira. Due strumenti importantissimi, senza i quali avremmo una cultura orba.

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Quale relazione intercorre tra letteratura, teatro e comunicazione?

Alessandro Serra
Anche in questo caso c’è una stretta connessione che confluisce nel termine pilastro: la parola. E questa è di per sé comunicazione. Alla base della diversità nei tre casi, nessuna è meno efficace dell’altra. A prescindere dal mezzo con cui veicola, il messaggio parte da un punto e arriva in un altro.
La comunicazione nel tempo è divenuta una scienza, specializzandosi nel far arrivare il messaggio dal punto di partenza a milioni di altri punti. Ma questa è tutta un’altra storia.

Comunicazioni Culturali
Esiste l’arte senza gli “altri”? Che rapporto intercorre tra uno scrittore, un attore, un regista e gli “altri”?

Alessandro Serra
L’arte è un patrimonio pubblico. Una testimonianza. Un’eredità di un qualcosa di originale e spesso di inarrivabile, di unico. Per un artista gli “altri” sono di fondamentale importanza. Non solo perché di qualsiasi opera si tratti, senza un riconoscimento esterno rimarrebbe fine a sé stessa, ma anche perché senza lo spirito critico di esperti, o semplicemente amatori, non se ne comprenderebbe il valore né lo spessore artistico.
Il “segno” che ogni artista prova, o pensa di lasciare, senza gli “altri”, non potrebbe esistere.
Eppure, ho conosciuto artisti che creano solo per sé stessi, per un appagamento personale che non cerca e non trova condivisione.
Eccezioni a parte, il propellente per l’artista è ciò che l’opera suscita proprio negli “altri”. Immaginate un artista fischiato dal pubblico, o stroncato dalla critica.
Per come intendo io gli “altri”, il rapporto dev’essere strettissimo. Un filo indissolubile, un dialogo continuo. La persona che ti ferma in strada per ringraziarti per avergli fatto trascorrere due ore in allegria e serenità diviene il riconoscimento più importante che ci sia. Allo stesso modo, il lettore che ti scrive dalla parte opposte della nazione dicendoti che non si è riuscito a scollare dal romanzo, non vedendo l’ora di arrivare alla fine. Gli “altri” potrebbero costituire il foglio dove, probabilmente, hai lasciato il “segno”.

Comunicazioni Culturali
Cos’è il mercato per uno scrittore, per un attore e per un regista?

Alessandro Serra
Il mercato è un animale dalle forme indistinguibili, sempre mutevoli.

Un’incognita continua. Il panorama artistico è pieno di opere che erano destinate a diventare un capolavoro riconosciuto
universalmente tale e che poi non hanno trovato riscontro, finendo nell’oblio eterno. Altre, invece, nate per essere destinate ad allietare parenti e amici, hanno scritto pagine indelebili.
Come si fa a prevedere questo? I lettori crescono e cambiano, subiscono le influenze che arrivano da più parti e ne restano condizionati. Quanto è cambiato nel tempo il modo di raccontare? Tantissimo, sia a livello letterario, sia a livello visivo. Cercare di essere sempre attento alle correnti, ai nuovi linguaggi, alle nuove tendenze, diventa fondamentale per non farsi travolgere dal camaleontico mercato. Ma, e lo sottolineo, senza perdere la propria identità. Mai perdere di vista il messaggio che si vuole trasmettere, altrimenti si scadrebbe in una banale, squallida operazione commerciale che di artistico ha poco o nulla. E mi mordo la lingua nel dirlo: in giro, purtroppo, ce ne sono.

Comunicazioni Culturali
In che modo il mercato influenza l’arte, la vita e l’opera?

Alessandro Serra
In generale, il mercato influenza sé stesso. È lui che stabilisce cosa funziona e cosa non funziona e a volte lo fa a prescindere da quanta arte c’è nel prodotto. Il paragone che trovo calzante è quello di osservare quanto passa nella televisione attuale. Prodotti di bassissima qualità, che però fanno audience e generano incassi.
Quando ci si trova di fronte al quesito: è meglio avere cento lettori che apprezzano la qualità, o migliaia che mandano giù qualsiasi cosa gli si propini? Questo può influenzare non solo il mercato, ma la vita, perché tutti noi abbiamo bisogno di andare a fare la spesa e di conseguenza rischia di minare la nobiltà dell’opera.

Ma stiamo parlando ancora di arte? Io sono sempre per la qualità. Anche se per pochi, resta la conditio sine qua non. Avere
successo raffazzonando qualcosa alla meglio è solo un passaggio effimero destinato a svanire. Ma l’audience e gli incassi regnano sovrani incontrastati.

Comunicazioni Culturali
Cosa significa comunicare l’arte? In particolare cosa significa comunicare la propria arte?

Alessandro Serra
Significa esprimere un’essenza unica e irripetibile. Trasmettere una personale visione profonda con originalità ed estro. Anche a rischio di non essere compresi, o esserlo da pochi.
Per il terzo anno consecutivo sto per partire col mio Progetto Culturale denominato STREET BOOK – AUTORE IN CAMPER. Lo propongo ai Comuni che mi vogliono ospitare in occasione di eventi pubblici in piazze e vie. L’obiettivo, tramite l’esposizione di vari testi, è quello di provare a far avvicinare alla lettura le persone. Specialmente i giovani, ai quali ho destinato un GIOCO LETTERARIO, attraverso il quale li faccio divertire e se rispondendo alle domande e pescando carte a sorpresa, vincono, gli regalo uno dei miei libri.
Considerando che non tutti i Comuni sono sensibili, ma lasciamo perdere, ritenendo più attrattive altre forme di divertimento, rende l’impresa ancora più ardua. Ma per me è importante portare avanti quello in cui credo, anche se i numeri a volte sono scoraggianti. Questo è un esempio di comunicazione della propria arte a dispetto di quanto dice il mercato.

Comunicazioni Culturali
Quanto incide la tecnologia sul fare arte e sul comunicarla?

Alessandro Serra
La tecnologia è utilissima, ma va sempre usata con consapevolezza. Tutto ciò che è artistico deve mantenere autenticità.
Penso ai registi del passato che non avevano la possibilità di utilizzare il virtuale eppure ottenevano scene divenute pietre miliari del cinema. Oggi è tutto più facile, così com’è facile scadere nell’esagerazione.
Penso spesso anche ai grandi autori del passato che non avevano un laptop come inseparabile compagno. Oggi, noi autori, scriviamo, cancelliamo, spostiamo, copiamo e incolliamo e riscriviamo con dei semplici clic. Ma loro non potevano farlo. Se dovevano spostare o riscrivere un capitolo, impiegavano settimane, o forse mesi. In alcuni casi, anni. Quindi, sì alla tecnologia a patto che sia e resti sempre una risorsa.

Comunicazioni Culturali
Che rapporto intercorre tra chi fa arte ed i mediatori con gli “altri”: produttori, editori, agenti, pubblicitari? Cosa significa vendere l’arte? Come incide l’atto e la relazione commerciale con gli “altri”?

Alessandro Serra
Nell’era della velocità e dell’immediatezza, nella maggior parte dei casi è di natura commerciale. L’interesse primario dei mediatori è il calcolo del rischio, riferito all’investimento.
Fatto il primo passo, il resto si alimenta da sé in caso di un prodotto di successo. Se piace, vende e se vende, funziona, quindi, investo. E così torniamo ai numeri che alimentano, o interrompono la commercializzazione di un prodotto. Il settore editoriale è molto particolare, come già detto, non è sufficientemente regolamentato e tutti gli pseudo editori non essendo interessati a fare la vera editoria, creano un abbassamento di livello pericoloso. Se tutti possono fare editoria e tutti possono scrivere e pubblicare senza avere le basi per farlo, i risultati non possono essere che scadenti. In questo marasma ci finiscono opere che invece meriterebbero di essere attenzionate diversamente e valorizzate per la qualità che contengono. Conosco autori e autrici che meriterebbero ben altra ribalta, rispetto a quella che il mercato gli ha concesso.

Comunicazioni Culturali
La comunicazione quanto influenza il rapporto con gli “altri” e con il mercato? Adotta strategie e mezzi particolari, per sostenere la sua riconoscibilità nei confronti del mercato e le vendite?

Alessandro Serra
La comunicazione è veicolo insostituibile. È la cassa di risonanza primaria. Maggiore è il numero di utenti ai quali arriva e maggiore è la probabilità di fare numeri. Anche qui tutto dipende dalla possibilità di spesa degli intermediari. Se un prodotto passa cinque volte in prima serata sulle principali televisioni, nell’immaginario collettivo diviene un prodotto di assoluto valore e come conseguenza, vende. Per esempio, se il calciatore Tal dei Tali propone il suo libro e la Casa Editrice lo fa ospitare nelle trasmissioni di maggior successo, quel prodotto venderà moltissimo in pochissimo tempo. Se l’autore Pincopallo propone il proprio romanzo e lo pubblicizza soltanto sui social perché la piccola Casa Editrice quelli si può permettere, che numeri potrà fare? E probabilmente stiamo parlando di un prodotto artistico molto più di livello rispetto al precedente. Ma il meccanismo questo è.
Per quanto mi riguarda, sono sempre alla ricerca di qualcosa di inedito da offrire per propormi.
A livello teatrale allestendo spettacolo originali, ma che contengano significati e spessore, anche dietro a ciò che possa suscitare la risata.
Per quel che riguarda le pubblicazioni, sono alla costante ricerca di proporre la presentazione del libro attraverso una spettacolarizzazione della stessa, invitando attori e attrici che recitano le parti dei personaggi contenuti nei libri, vivacizzando l’evento con musica, balletti, ospiti. Anche lo STREET BOOK è un veicolo importante, così come sono i numeri che ne scaturiscono, ma sempre in un ambito circoscritto. Faccio un pensiero a voce alta: se la copertina di uno dei miei libri potesse ottenere un passaggio pubblicitario televisivo, in un sol colpo venderebbe quanto attualmente ottiene con un anno di promozione appena descritto.

Comunicazioni Culturali
Cosa significa e cosa si prova ad essere “valutati” dal mercato? Come pensa gli “altri”, il “mercato”, se li pensa, durante la stesura di un suo libro, mentre è in scena o mentre dirige degli attori?

Alessandro Serra
Mettersi in discussione continuamente giova di sicuro alle proprie produzioni. Non è mai scontato che ciò che si propone piaccia. Essere valutati è sempre un qualcosa che dà una scossa. Un momento di riflessione e di crescita. Andare al Firmacopie al Salone di Torino, per esempio, e non avere nessuno allo stand per due ore, ti fa riflettere. Poi finisci i libri esposti in un lampo e la tensione accumulata si tramuta in gioia assoluta.
Segue poi la fase de “adesso lo leggeranno…” e come verrà accolto? E fino a quando non cominciano ad arrivare i consensi ti poni centinaia di quesiti.
Allo stesso modo in teatro. Lavori per mesi, nel mio caso il doppio, dirigere ed essere uno degli attori è impegnativo, e arrivi al debutto senza sapere mai quale sarà la risposta del pubblico.
Durante lo spettacolo già ne percepisci la partecipazione e il coinvolgimento, ma è ai saluti finali che cogli il livello di gradimento raggiunto.
Come potrei non pensare a chi mi applaude, o a chi mi legge. Se non ci fossero loro non potrebbe esistere ciò che faccio. Nel mio caso, per quello che è possibile, cerco di mantenere una comunicazione continua con loro, attraverso i social e gli eventi, al termine dei quali, quando possibile, mi fermo per intrattenere piacevoli conversazioni.
Una cosa molto bella, ai Saloni di Roma e Torino, vengono a trovarmi persone che hanno già il libro e passano a salutarmi, o a farsi firmare il libro acquistato in libreria. Li penso sempre, sono loro a darmi la spinta per fare e per farlo sempre meglio.

Comunicazioni Culturali
Può dichiarare di avere un suo pubblico e di conoscerlo? Come lo identifica e come interagisce con esso?

Alessandro Serra
Nel 2020, a cavallo del mio trasferimento da Roma a Siracusa, stavo scrivendo una traccia che poi sarebbe diventata un romanzo giallo. L’uomo che mangiava carrube. Tra gli obiettivi, c’era quello di raccontare ed esportare il territorio ibleo, pregno di ricchezze storico artistiche e culturali, compreso l’aspetto enogastronomico, senza inquinare, però, la purezza della trama poliziesca. Allo stesso modo, dipingere i suoi abitanti per quello che realmente sono, uscendo da quel modello stereotipato che il cinema e la televisione ci hanno propinato per decenni. Il protagonista, l’ispettore di Polizia, Tazio, al secolo Amintore Tito, ha riscosso da parte dei lettori una simpatia inaspettata. Da qui l’idea di provare a farla diventare una serie.
Il secondo romanzo, La pazienza del fiore, ne ha definito ancor di più i connotati, trasformando il tentativo in realtà.

Intorno al personaggio, insieme al coprotagonista, il maresciallo dei carabinieri Paolo Cicero, si è creata una sorta di community in costante attesa dell’indagine successiva.
Lo scorso anno, ancora al Salone di Torino, ho presentato la mia prima raccolta di racconti gialli: Investigatori d’Italia, che prende il
titolo dal fatto che ogni vicenda è ambientata in una città diversa. In origine dovevano essere otto, ma vox populi, ho dovuto creare il nono, attorno a Tazio e Cicero, per soddisfare le deliziose pressioni dei lettori, in verità, soprattutto delle lettrici, che avevano storto il naso sapendo di dover aspettare per un altro anno l’uscita dell’ennesima indagine, accontentati ora con La Duchessa di Avola che, almeno per ora, sta andando ben oltre le aspettative.
Messaggi, casella di posta e WhatsApp sono a disposizione di chi vuole scrivermi e con chi lo fa, riesco a mantenere vivo il contatto. Spesso mi scrivono anche per altri motivi, una delle mie passioni è curare un minuscolo giardino, mi rilassa, e quando è in fioritura, mi chiedono che tipo di fiore è quello che, per esempio, ho appena postato nei vari social, oppure si appassionano alle mie varietà di rose, o alle foto di quegli assaggi di frutti che le piantine amorevolmente curate mi donano. Questo, oltre a quanto scritto nella risposta precedente, ha creato uno scambio, non voglio esagerare, di reciproco affetto

Comunicazioni Culturali
Come valuta il sistema di propagazione culturale nazionale? Qual è il rapporto con le altre forme espressive? Il sistema educativo-scolastico nazionale favorisce le professioni artistiche? Cosa accade all’estero a tal proposito?

Alessandro Serra
Scadente! Ogni tanto passa qualche meteora che va a scomparire chissà dove. Ho avuto la fortuna di essere stato invitato in alcune scuole. Le insegnanti che portano avanti progetti culturali degni di tale nome, sono considerate come aspiranti eroine. Tuttavia, qualcosa si muove. Si potrebbe fare molto di più rendendo appassionante lo studio di materie artistiche e non. Trovata questa chiave, si potrebbe arrivare ovunque e nei miei incontri con i ragazzi l’ho sperimentato di persona. Posseggono grandi ricchezze, vanno solo tirate fuori e coltivate. E considerando che loro rappresentano il futuro, varrebbe la pena investirci.
Sul capitolo scrittura, ci sarebbe molto da dire. Nel Paese delle eccellenze artistiche, ci sono scuole per ogni settore. Dalla danza alla scultura, dalla recitazione alla musica. Non esiste una scuola ufficiale di scrittura creativa. Frequentare le scuole private anche per anni, non fornisce un titolo riconosciuto. Quindi, paradosso, il Sempronio che scrive nei ritagli di tempo per far leggere ai parenti le proprie creazioni, si può considerare collega di Ken Follett. Scrivono entrambi. In altre nazioni le scuole ci sono. Qui da noi, nell’ambito di altri studi artistici, c’è solo qualche riferimento, ma non costituisce materia a sé, ne è solo componente.
Troppo spesso chi dovrebbe intervenire significativamente, ci riempie le orecchie con la solita storia della mancanza di fondi e di risorse e forse, almeno in parte, è anche vero. Basta guardarsi intorno per constatare in quali condizioni versa l’Italia in generale. Un colabrodo gestito malissimo dove i buchi sono diventati troppi per essere turati. Ma qui apriremmo un capitolo infinito.
Mandiamo giù e teniamoci l’impoverimento sempre più grave in cui siamo sprofondati.

Comunicazioni Culturali
Come vede Alessandro Serra il futuro della cultura, dell’arte e della comunicazione? Quale futuro per l’editoria e per i libri? Quale per Alessandro Serra?

Alessandro Serra
Come ho espresso sopra, se non investiamo sui giovani, se continuiamo a tenerli imprigionati nella rete commerciale insidiosa che ci hanno creato attorno, sarà difficile venirne fuori. Le eccezioni rimarranno tali e non arriveremo da nessuna parte. Continuiamo a meravigliarci per queste, che invece dovrebbero diventare la regola. La mia indole è sempre stata ottimista e credo in una possibile inversione di tendenza che dovrebbe partire dall’alto. L’alternativa vorrebbe dire rischiare di sprofondare sempre più verso l’analfabetismo, come riportano alcune preoccupanti statistiche, annullando secoli illuministici forse irripetibili.
Anche l’editoria dà segnali di risveglio, ma lo ripeto ancora, va regolamentata meritocraticamente e qualitativamente. Meno testi, ma con più spessore. Possedere titoli e competenze per operarci all’interno. Tornare ad avere l’arte che influenza gli aspetti commerciali e non viceversa.
Il futuro è sempre un’incognita e il bello sta proprio in questo. Come descritto sopra, dopo diversi passaggi sono riuscito a trovare la strada giusta e mi ritengo molto soddisfatto di quanto questa mi abbia concesso finora. Andrò avanti con la passione che metto in ogni mia creazione e in ogni mia realizzazione. Passione che spero arrivi sempre con efficacia al mio pubblico e lo coinvolga. Almeno, questo dicono finora. E sarà così finché mi divertirò a farlo, finché aumenterà il desiderio forte di sedermi e scrivere, o correre in teatro per le prove e per gli spettacoli. E svegliarmi la notte con un’idea che mi costringe ad alzarmi per prendere appunti e che poi diventa progetto.
Come disse qualcuno, fai quello che ti piace e non lavorerai un sol giorno. Che il gioco continui. E fino a quando riuscirò a non tradire le aspettative di spettatori e lettori, il gioco continuerà.

Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.

Titolo: L’artista poliedrico
Sezione: Quaderni di comunicazione
Autore:  redazione di Comunicazioni Culturali
Ospite: Alessandro Serra

Codice: ICOMCOM2606151256MAN
Ultimi aggiornamenti: 15/06/2026.
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 15/06/2026.

Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Comunicazioni Culturali o come diversamente descritto nelle didascalie
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – Comunicazioni Culturali o come diversamente descritto nelle didascalie.
Fonte video e contenuti multimediali:

Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema: https://www.a-serra.it

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